Milano, giornalista di Repubblica per due giorni con i Rom di via Triboniano

Fabio Gatti fa scuola (policlinico e viaggi della speranza) e Sandro De Riccardis, giornalista di Repubblica, tenta di emularlo senza grande convinzione. Infatti il buon De Riccardis non vive un mese in un “campo nomadi” ma solo due giorni e quindi cade inevitabilmente in alcuni stereotipi.
Un esempio: “«Vivo qui con mia moglie e le mie tre bimbe – dice – altri due figli sono in Romania». E mostra la più piccola, quattro mesi, completamente nuda su un letto, anche se non dice che ogni giorno sua moglie la usa per mendicare.”
Naturalmente il nostro bravo e coraggioso giornalista non approfondisce il perchè la moglie del rom “usa” la bambina per mendicare. Forse non hanno altre possibilità? Il nostro De Riccardis non se lo chiede.
Piacerebbe a noi capire quali politiche per le famiglie sono attuate dalla Regione, Provincia e Comune, specialmente per chi ha un bambino di quattro mesi. A volte si fanno grandi discorsi, come in questi giorni sui “pacs”, ma poi nel momento di fare politiche reali in sostegno delle famiglie, tutti spariscono anche il nostro caro Presidente Formigoni.
Ecco l’inizio della sua “avventura”
Arrivo poco dopo il tramonto, martedì, tra le baracche del campo nomadi di via Triboniano. Una distesa informe di lamiere, tra l´ordine geometrico dei container del “campo uno” – che verranno assegnati il giorno dopo – e la danza felice e sterminata di centinaia di topi che saltellano come scoiattoli nel “campo due”, in via Barzaghi 16. Due giorni da rom. Tra le baracche e i container, tra il degrado dei corpi immersi nella sporcizia e la voglia di ripartire di chi avrà le case nuove.
Sotto un cielo che colora di blu le pozzanghere di acqua e liquami, trovo Aurelio. Sbuca dalla prima delle 14 roulotte del “campo due” di via Barzaghi16, un centinaio di persone, tutti sfollati da via Adda. Esce e si avvicina. «Chi sei?» dice sorridendo. «Entra. Ci sono i miei amici. C´è da bere» e la porta si apre sul grande salone: un letto matrimoniale come divano, tv 32 pollici, stufa a legna, cucinino.
Un tavolo pieno di bottiglie di birra. «Aprine una» dice. Intorno tanti amici, da Varese. «Vivo qui con mia moglie e le mie tre bimbe – dice – altri due figli sono in Romania». E mostra la più piccola, quattro mesi, completamente nuda su un letto, anche se non dice che ogni giorno sua moglie la usa per mendicare.
Poco lontano, nel container numero 23, Bebe, baffetti neri appuntiti, 36 anni, originario di Craiova, una figlia sotto le coperte nel grande letto con la madre, ha appena avuto l´alloggio. Ha fretta di cambiare vita. «Ho vissuto per niente. Mio figlio è il futuro, ma il mio futuro qual è? A 13 anni mi dirà: cosa hai fatto finora?». Un numero più in là, container 24, Costantin, 52 anni, capelli bianchi e un dente d´oro. «
Questo campo è un grosso passo avanti. Il controllo servirà a capire se siamo capaci d´integrarci». Entro nelle nuove case: sono i container restituiti dai terremoti della storia d´Italia, che conservano le tracce della vita che hanno ospitato. Come il 29, che ha impresso l´elenco completo della famiglia Capodimonte, sfollata da chissà quale tragedia tra il Friuli e l´Irpinia.

