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Archivio per la categoria ‘Spettacoli’

Porrajmos, questa sera su Canale 5

21 Gennaio 2006 1 commento


Questa sera alle ore 23,50 il programma ?Terra?, su Canale 5, tratterà il tema del Porrajmos, la persecuzione razziale subita dalle popolazioni sinte e rom durante il periodo nazi-fascista.

Sono previste riprese con testimonianze da Milano e da Roma, con la presenza di Kasim Cizmic ed una intervista a Massimo Converso dell’Opera Nomadi.
Sarà presente in studio Eva Rizzin, Sinta Italiana, che ha iniziato il dottorato all’Università di Trieste sul tema delle politiche nazionali ed europee a favore delle Minoranze Etniche e Linguistiche Sinte e Rom ed ha appena terminato uno stage al Parlamento Europeo.

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Un Rom vince nel Grande Fratello in Croazia

12 Gennaio 2006 2 commenti


Hamdija superstar

Da Osijek, scrive Drago Hedl

E? un Rom il vincitore del ‘Grande Fratello’ in Croazia.
Hamdija Seferovic, 27 anni, è stato scelto dalla maggioranza degli spettatori del più popolare reality show televisivo, proprio mentre il caso Gotovina provocava un rigurgito di nazionalismo nel Paese. Ma la situazione dei Rom croati resta di grande emarginazione
Hamdija Con la vittoria di Hamdija Seferovic, Rom croato, del reality show televisivo ?Grande Fratello?, negli ultimi giorni dell?anno appena trascorso, la Croazia – come ha sintetizzato un commentatore ? ?è arrivata a comprendere, tramite una stravaganza natalizia, quale sia nella società attuale lo stato dell?integrazione della minoranza rom?.

La vittoria di Seferovic in un banale show televisivo ha mostrato ? concordano la maggioranza degli opinionisti ? che la società croata non è xenofobica e intollerante nei confronti delle minoranze, nonostante sussistano considerevoli pregiudizi di tipo razzista. La vittoria di un Rom, che concorreva con 19 Croati, è stata assicurata dai telespettatori, quindi cittadini medi croati, che costituiscono un campione più che rappresentativo.

La vittoria di Seferovic, peraltro, è ancor più importante se si prendono in considerazione due ulteriori elementi: la finale del ?Grande Fratello?, organizzata dalla RTL croata, si è svolta nello stesso periodo della cattura del generale Ante Gotovina, [fatto] che ha scatenato un rigurgito di patriottismo presso la maggioranza dei Croati. Uno dei partecipanti allo show, poi, era un giovane marcatamente di destra, che si divertiva cantando agli inquilini della casa del ?Grande Fratello?, e quindi a tutti i telespettatori, scandalose canzoni ustascia. Nessuna di queste due circostanze ha impedito agli spettatori di votare senza esitazione per il bravo ventisettenne Rom, che a scuola era arrivato solo alla terza elementare.

Grazie ad un programma televisivo, il pubblico croato si è trovato così all?improvviso ad occuparsi della minoranza Rom e delle difficili condizioni nelle quali in Croazia vivono i circa 40.000 connazionali di Seferovic. In Croazia, infatti, non ci sono informazioni sulla vita dei Rom; i media si interessano poco di loro, reportage sui Rom e sulla loro vita compaiono solo sporadicamente e in occasione di situazioni estreme.

In base all?ultimo censimento della popolazione, condotto in Croazia all?inizio del 2001, solo 14 (quattordici!) Rom, su circa 40.000, hanno concluso la scuola superiore. Tra i Rom, in Croazia, il 22% è analfabeta, il 32,6% di quelli che hanno più di 15 anni non è mai andato a scuola, mentre il 41,7% di loro ? tra cui anche il vincitore del ?Grande Fratello?, ha frequentato solo alcune classi delle elementari. Infatti, malgrado in Croazia viga l?istruzione obbligatoria di otto anni, quando si tratta dei Rom le cose cambiano. Nei fatti, il loro coinvolgimento nel sistema scolastico incontra in molti casi la resistenza di genitori che non vogliono che i propri figli vadano in classe con i bambini rom, il che determina la loro tacita e tollerata esclusione dalla scuola.

Le istituzioni dello Stato, che perseguono qualsiasi famiglia croata non mandi a scuola i propri figli, non si comportano in questo modo quando si tratta dei Rom. La giustificazione è che il non andare a scuola sarebbe ?parte della tradizione? della società rom!

?Questa duplice interpretazione della legge, che permette ai Rom di non mandare i propri figli a scuola, rende un cattivo servizio proprio a loro. I loro figli sono spesso rifiutati perché vanno a scuola sporchi e disordinati, a volte affamati, per il semplice fatto che i Rom non sono in condizione di mandare i bambini a scuola. Nelle case in cui vivono, i bambini non hanno neppure un tavolo su cui poter studiare. La società dovrebbe fare molto di più per aiutarli, e la spiegazione che non frequentare la scuola sarebbe ?parte della loro tradizione? è una scusa ipocrita?, ha affermato a ?Jutarnj List? lo psicologo sociale Ivan Magdalenic.

Solo il 17,7% dei Rom in Croazia ha un impiego, mentre gli altri vivono di occupazioni temporanee o di aiuto sociale. La maggioranza dei Rom si guadagna da vivere raccogliendo la carta o il ferro, mentre quelli che hanno un impiego stabile solitamente lavorano nelle città per la nettezza urbana. Il loro livello di vita è molto basso, molto spesso sotto la soglia di povertà. I Rom in generale vivono in costruzioni abusive ai margini dei grandi agglomerati urbani. Il 90% delle loro case o appartamenti non ha neppure il riscaldamento centralizzato, il 62% non ha il WC o il bagno, e metà delle famiglie non ha in casa l?acqua corrente. Il 15% non ha neppure l?elettricità!

E? interessante notare che molti Rom, specialmente quelli che in qualche modo sono riusciti ad allontanarsi dalla povertà nella quale la maggior parte di loro vive, si dichiarino Croati. Questo accade perché così riescono più facilmente a trovare lavoro, o per la vergogna di far parte di una minoranza nei confronti della quale sono diretti così tanti pregiudizi e stereotipi. Per questi motivi, nel censimento della popolazione del 2001, solo 9.000 persone circa si sono dichiarate Rom, mentre nei centri di previdenza sociale ne sono registrati circa 22.000. Il loro numero reale in Croazia, tuttavia, è stimato intorno alle 40.000 persone.

Oltre alla questione della segregazione a scuola e sul posto di lavoro, i Rom sono anche spesso vittime di attacchi violenti da parte di skinheads e gruppi simili.

Eppure, sembra che un centinaio di giorni di uno show televisivo abbiano fatto più per la questione rom in Croazia che non molti progetti del governo, che sulla carta cercano di migliorare la loro situazione. Malgrado avesse solo la terza elementare, Hamdija Seferovic, con la sua arguzia e vivacità, è riuscito a imporsi come stella dello show, mettendo in secondo piano gli altri partecipanti, croati.

?Sono riuscito a fare in modo che una vasta cerchia di persone mi vedessero finalmente come una persona, indipendentemente dalla nazionalità, e che non mi escludessero in quanto Rom. I Rom vengono subito associati con qualcuno che ruba, mendica e truffa. Malgrado io non appaia così, nonostante sia sempre rasato di fresco, vestito bene e ordinato, sono stato spesso oggetto di insulti nella mia vita, e il più delle volte da parte di persone peggiori di me?, ha dichiarato in questi giorni Hamdija Seferovic in una delle sue numerose interviste. Aggiungendo: ?Alla fine, ognuno di noi deve nascere in qualche modo, e io, ecco, sono capitato Rom?.

Sebbene sia difficile credere che la vittoria di un Rom in un reality show televisivo possa cambiare il destino di un popolo, resta tuttavia il fatto che lui è riuscito a vincere lo ?stigma? che per molti Croati gli Zingari ancora portano. La sua vittoria ha stimolato la discussione su come vivono i Rom e quanto la società croata li accetti. Ma è difficile che questo, di per sé, possa far scaturire altro, oltre al fatto che la vittoria di un Rom in uno spettacolo televisivo, grazie ai voti degli spettatori, ha portato a lui e non ad altri un premio di un milione di kune (circa 135.000 euri).

Riferimenti: Osservatorio sui Balcani

Addio Moravska

14 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Venerdì 16 dicembre alle ore 21.00, presso l’Auditorio Santa Dorotea in via Cocchetti a Capo di Ponte, ci sarà il primo appuntamento di “Storie, documentari per capire la Storia del presente e del futuro”, ciclo di incontri promosso dalla Fondazione Cocchetti.

Si comincia con “Addio Moravska” (2004) un lungometraggio scritto e diretto da Maurizio Orlandi, che racconta la storia della famiglia rom di Speito Fetahi e di altre famiglie rom kossovare, costrette a scappare dal loro paese in seguito alla guerra nei Balcani nel 1999.

Un documento importante per comprendere una cultura diversa dalla nostra e conoscere la Storia attraverso il linguaggio cinematografico.
Ingresso libero.

La Fondazione Cocchetti è situata a Cemmo, nel Comune di Capodiponte, centro della media Valle Camonica in provincia di Brescia.
Per informazioni, telefonare in orario d’ufficio al seguente numero:
tel. 0364. 331284.

Il DOCUMENTARIO CREATIVO
Maurizio Orlandi, insegnante e regista, ci spiega il senso del suo lavoro
e offre delle utili indicazioni agli insegnanti

Intervista realizzata da Alberto Pian, tratta da E-Didateca

http://194.242.232.32:8080/~video/interventi/contributi/interviste/03orlandi/04orlandi.html

Maurizio Orlandi insegna italiano e storia al liceo. Promotore di un laboratorio audiovisivo di storia. Ha realizzato il primo film nel 1997; non ha più smesso e ora è un regista professionista. Il suo genere preferito: il documentario creativo.

Com’è nato in te questo interesse per il film, dal lato della produzione?

Quando nel 1997 – 98 partecipai a un seminario di storia contemporanea sull’unicità di Auschwitz, dell’olocausto. Lì ebbi l’idea che la memoria si poteva ricuperare e raccontare. Realizzai il primo documentario fra Auschwitz e Birckenau, facemmo due ore di girato con una semplice videocamera in VHS, da cui poi si realizzò un video in b/n e che vinse il secondo premio al Torino film festival.

E’ in quel periodo che hai formato il laboratorio della tua scuola? E come si è sviluppata questa tua passione?

Si, avevamo una concezione di scuola molto aperta, così io e qualche altro collega fondammo il LAG (Laboratorio Audiovisivi del Giusti). Il laboratorio era diviso in due sezioni, una teorica, di storia del cinema,che prevedeva uscite settimanali serali con gli allievi. Serali perché si voleva proprio andare al “vero” cinema, non alle proiezioni dedicate alle scuole. La seconda sezione era invece più tecnica, legata al lavoro di insegnamento di letteratura e storia. Così abbiamo fatto un lavoro di tipo biografico su una persona di Firenze, un partigiano del 1944 molto importante ma pochissimo conosciuto e abbiamo cercato di ricostruire la sua storia, entrando proprio nei luoghi della memoria, abbiamo indagato a lungo e ricostruito alcuni aspetti della sua vicenda, come il confino a Ventotene. Abbiamo girato in betacam e anche questa produzione fu riconosciuta al Torino film festival.
Nel 2000 abbiamo avuto un finanziamento dal Comune di Torino e, sotto la mia regia, i miei allievi hanno partecipato a un percorso completo di costruzione del film. Con questa produzione abbiamo vinto il primo premio al Torino film festival. Il film, girato in digitale, si intitola: “Quei ragazzi del borgo del fumo”. Si tratta di un quartiere di Torino, il quartiere Vanchiglia, un tempo pieno di ciminiere, con la nebbia del fiume. Abbiamo incontrato un grande testimone, una persona anziana che ci ha fatto entrare nella storia. Questa testimonianza è stata il leit motiv del film. Inoltre abbiamo anche ricuperato dei filmati storici della città sotto i bombardamenti. Sono riprese drammatiche realizzate dai Vigili del fuoco che entravano nelle case incendiate e distrutte con le cineprese. Li abbiamo reperiti nei loro archivi. In questi film tocchiamo aspetti emotivi anche molto diversi: dalla gioia della Liberazione alla “resa dei conti”, la caccia al fascista.

Quali sono i lavori più recenti che hai svolto? Il tuo genere è il documentario, specialmente quando si incontra con la “memoria”…

L ‘ultimo documentario che ho realizzato si intitola “Romani rat” (la notte dei rom”). Parla degli zingari, della loro vita, certo, ma soprattutto del loro viaggio verso i campi di sterminio. Anche con gli zingari, infatti, è stato intrapreso un piano di azione molto preciso. Noi abbiamo ripercorso questo viaggio, dal campo Rom di Arrivore fino ad Auschwitz. Lo stesso loro viaggio. Con noi c’erano un Rom, che ha svolto il ruolo dei personaggio protagonista del film e poi un responsabile dell’ufficio stranieri e una antropologa polacca. Siamo passati e ne siamo stati ospiti, nei villaggi sperduti degli zingari. Il film è stato finanziato dalla Commissione Europea, dalla Regione Piemonte, dalla Provincia di Torino ed è stato anche patrocinato aella Shoah Foundation di Los Angeles (l’associazione di Spilberg, che ci ha messo a disposizione alcune interviste significative). Il film è stato venduto e adesso gira nei canali satellitari.

Attualmente sto lavorando sugli anni ’60 a Torino in collaborazione con il prof. Fabio Levi, dell’Università di Torino. Vogliamo ricostruire alcuni aspetti della storia di quegli anni portando la nostra attenzione sulla banda Cavallero e in particolare su Piero Cavallero, un personaggio significativo per la sua storia, le vicende che ha attraversato in quegli anni. Un altro lavoro che sto facendo è un piccolo corto, una storia sugli anni settanta, insieme a un regista milanese che sarà presentato al prossimo Torino film festival, si intitola, “Ultima partita” è una vicenda scherzosa e seria allo stesso tempo che ruota attorno a una squadra di calcio di quartiere che esiste tutt’ora e che ispira il leit – motiv del film.

So che anche i tuoi allievi partecipano alla realizzazione dei film: si tratta di un momento didattico importante?

La storia come disciplina di studio è sempre meno apprezzata dagli allievi. Perciò si rischia l’oblio, si rischia di non capire il valore della memoria. E già… su questo punto forse si fanno troppe cerimonie e si realizzano pochi fatti. Ecco, noi abbiamo cercato di ricostruire i fatti. I ragazzi si sentono protagonisti, quando parlano con i testimoni ed entrano veramente nella storia. Questo connubio fra regia di genere storico e sociale e insegnamento ha dato dei risultati molto interessanti. Basta sapere che tutte le attività nelle quali coinvolgo i miei allievi si svolgono in orario extrascolastico e quindi i ragazzi dimostrano una partecipazione attiva.

Come sei entrato nel mondo della regia professionale?

Dopo un certo numero di anni di esperienze sono ora entrato nel campo della regia professionale e, diciamo così, ho un mio target. Inizialmente sono partito dalla narrazione: dapprima scrivevo le storie poi chiamavo un regista. Successivamente ho intrapreso il passaggio. Ora dirigo io stesso i miei film. E non solo: sto anche imparando a fare le riprese, penso che ci siano molte cose da imparare e sono tutte molto interessanti.

Puoi spiegarci come imposti il tuo lavoro?

Fondamentalmente ci sono due modi per realizzare dei documentari. Si può partire da un’idea, in questo caso si gira molto, si fanno molte riprese, si cerca di accumulare molto materiale e vario e quindi in post – produzione si “inventa”, letteralmente, il documentario. In questo caso il montaggio ha una funzione decisiva. Io invece preferisco scrivere dapprima l’idea, quindi l’ideazione e in seguito il soggetto. A questo punto approfondisco l’idea e stendo il trattamento. Seguo le regole canoniche non perché debba essere così, ma perché a me piace molto scrivere e poi perché ci sono arrivato gradualmente. I primi film erano meno “programmati”, più “liberi”. Poi ho maturato l’esigenza di avere delle immagini ben precise, come le desideravo io e quindi ho imparato a essere più rigoroso, a impostare una struttura narrativa che avesse un momento iniziale, per presentare l’argomento, quindi il tempo di far venir fuori i personaggi, poi il culmine drammatico e l’avvio verso la conclusione.

I miei documentari sono creativi e non “tradizionali” vale a dire del genere reportage, con voce fuori campo, ecc. Cerco sempre di partire da una storia, seguo il più possibile il trattamento, anche per ottimizzare il momento produttivo. Poi è ovvio che se trovi qualcosa di particolare, un soggetto, un personaggio, ecc.rivedi il tuo lavoro. Io presto attenzione anche al carattere dei testimoni, per esempio desidero poter avere nel film un testimone con un certo tipo di personalità. Dunque bisogna fare delle ricerche, e bisogna rendere proficue le riprese per ottimizzarle dal punto di vista dei costi e perché siano utilizzabili nella fase del montaggio. Così ho imparato veramente a fare un piano, ad arrivare fino al trattamento e ad esserne fedele. Di solito faccio un grande lavoro di scrittura.

Un primo piano non deve essere messo a caso. Neppure in un documentario e così una soggettiva, una dissolvenza. Tutte queste cose devono avere una relazione con lo sviluppo drammatico della storia. Forse come insegnante di lettere mi sento a mio agio in questo ambiente: vivo nella narrazione, ma da un punto di vista tecnico c’è sempre molto da imparare, bisogna farlo con umiltà e grande voglia di raccontare.

L ‘ ultimo documentario che uscirà fra poco, sul Kossovo, si intitola “Addio Moravska”. E’ il racconto della fuga di una famiglia di rom durante la pulizia etnica. L’ho girato in digital betacam (un betacam digitale). Tratta degli zingari di Pristina e abbiamo usato anche il loro video, sono filmati sporchi girati da loro stessi durante le feste, i matrimoni, sono riprese in VHS del 94 – 95, di cattiva qualità, ma siamo riusciti a combinarle con il materiale che abbiamo girato e l’effetto è molto bello.

Che cosa potresti dire a un insegnante che desidera utilizzare le tecniche video in classe? Che cosa potrebbe fare con i suoi allievi?

Che potrei dire agli insegnati? Di lavorare sulle storie dei ragazzi, delle loro famiglie, rendendoli portagonisti, attori. Per esempio penso a un lavoro basato su quattro “tipologie” di giovani, non so: un “tamarro”, un “alternativo”, un “cabinotto”, un “perbene normale”, ecc. Pensa a quante storie ci sarebbero da raccontare. I loro quartieri, le loro famiglie, le loro città, gli amici, il tempo…

Oggi vedo che gli insegnnati hanno molte difficoltà e la scuola sembra in profonda crisi. Spesso devono tenere in piedi una disciplina che crolla, letteralmente. Hanno dunque bisogno di nuovi linguaggi, di comunicazione, di fare qualcosa insieme ai giovani. Così quello del genere documentario creativo potrebbe essere un buon suggerimento: si parte da un personaggio, per esempio un allievo stesso, o un altro e si entra nelle sue storie. Tutta una classe potrebbe essere coinvolta: si parte e si va a intervistare la nonna o il cugino.

Se provi a ricostruire tu stesso, a partecipare, allora anche l’atteggiamento nei confronti del film e della cultura in genere cambia. Andiamo a casa di Pinco e lo riprendiamo con i suoi genitori, di dove sono? della Calabria, allora la mamma serve anche la sardella?

Riferimenti: Fondazione Cocchetti

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Rom Rumeni, un serial tv a Milano

2 Dicembre 2005 Commenti chiusi


Sarà il primo serial tv dedicato ai romeni che vivono a Milano. Il primo docu-film che ha per protagonisti un gruppo di immigrati ripresi nella loro vita quotidiana alla periferia della grande città. Le prime 11 puntate di ?Miracolo alla Scala?, film documentario ispirato al grande capolavoro neorealista ?Miracolo a Milano?, sono già state girate e montate. La pellicola – prodotta dall?Arci e dal Centro sperimentale ?Cesare Zavattini? – è stata presentata in prima serata a Milano con una grande festa-concerto ai caselli daziari di Porta Ticinese. Presenti il regista, sceneggiatore e montatore Claudio Bernieri (che ha già in mente un progetto di 50 puntate in totale) e i protagonisti, un gruppo di musicisti rom.
Per ora il film gira nei cinema e nei circoli privati di Milano, ma l’idea è di proporlo alla tv. E Bernieri è già in contatto con Nessuno Tv, emittente privata milanese, che vuole comprare la prima serie per programmarla quest’inverno. Gli ?Unza?, attori nel film, sono oggi, fra i gruppi musicali di strada, i più richiesti in città per feste, spettacoli e concerti, portati persino in passerella dallo stilista Romeo Gigli, durante le sfilate di moda della primavera scorsa.

Quella degli Unza è una parabola felice all?interno della vicenda tormentata del grande campo realizzato dal Comune per i nomadi in via Triboniano, periferia nord del capoluogo lombardo. Un campo in pessime condizioni, che accoglie in modo stabile circa 500 dei 2mila zingari sgomberati in fasi successive dalla ex favela di via Barzaghi. Gli sgomberi cominciati tre anni fa per volere della giunta del sindaco Albertini, ancora non hanno permesso all?amministrazione di venire a capo della vicenda. E ogni sei mesi la favela ricresce, alle porte di Milano, rendendo necessario un nuovo intervento della polizia.

La telenovela di via Barzaghi, l?estate scorsa, è uscita anche dai confini delle cronache cittadine per approdare sulle pagine nazionali dei quotidiani, quando la Caritas ambrosiana ha dovuto far fronte all?emergenza creata dall?ultima ondata di sgomberi, programmati senza prevedere nemmeno accoglienza per i bambini e per le donne in regola con i documenti di soggiorno. Tutta questa vicenda è sullo sfondo degli 80 minuti di pellicola girati a Musocco, il quartiere milanese dove cresceva la favela, senza effetti speciali e senza camuffare la realtà. In scena Marian Badeanue, alias ?Director?, il direttore della banda musicale, e i suoi compagni di avventura.

Nel film ? come nella vita vera – Director ogni mattina esce dalla sua roulotte per andare in metropolitana a suonare col suo gruppo, e con i figli, Loredana e Ciprian, costretti a una vita molto diversa da quella degli altri bambini milanesi. L?idea è quella di raccontare una grande metropoli italiana vista con gli occhi degli immigrati, sempre in bilico fra integrazione e marginalità sociale. Negli 11 episodi, in tutto 80 minuti di filmato in presa diretta, come in uno spaccato neorealista, si vedono molti aspetti della vita degli stranieri: il lavoro nero, la difficoltà per fare i documenti, l?inserimento scolastico, la precarietà degli alloggi, le discriminazioni, ma anche la fiducia nella vita e nella possibilità di integrarsi.

La presenza dei bambini, figli del protagonista, consente a un certo punto al regista di risollevare le sorti di questa fiction dal grigiore della cronaca. L?epilogo infatti ha un tocco magico che lo rende simile a una storia di Cesare Zavattini: i musicisti rom fanno fortuna, la rete del trasporto pubblico, grazie a loro, incrementa i passeggeri, e rende ricco il Comune. Per questo, l?amministrazione arriva a riconoscere i meriti dei musicisti e avvia la costruzione di case popolari per ospitarli in modo più degno di una grande città.

Il titolo della prima serie di 11 puntate, ?Miracolo alla Scala?, è stato scelto perché la piccola Loredana racconta in un tema ai compagni di classe la sua vita. Loredana sogna di diventare ballerina alla Scala. E anche questa storia è a lieto fine, perché la ragazzina sarà ?adottata? artisticamente da una insegnante di ballo dell?ente lirico più famoso del mondo, che le permette di realizzare il suo sogno.

?I musicisti e i due bambini ? racconta il regista ? vengono seguiti passo passo, in metropolitana e nel centro della città. Il film racconta le proteste per avere una casa, la difficoltà per trovare il lavoro, le roulotte, i matrimoni rom, la fatica di chi fa il muratore a cottimo? E si potrebbe andare avanti per 50 puntate, secondo il mio progetto. Sarebbe una bellissima serie tv, un programma a metà strada fra il reportage e la fiction, con un soggetto strano per la televisione: i nuovi poveri e i cittadini del mondo. Lasciando spazio per una rivelazione finale, un sogno. La realizzazione del miracolo per l?appunto?.

In foto gli Unza, gruppo di musicisti rom romeni

Riferimenti: Il Passaporto, il giornale dell’Italia multietnica

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Non è più tra noi Melani Spitta

3 Settembre 2005 Commenti chiusi

E’ morta il 28 agosto l’anziana regista Melani Spitta,
una Sinta di nazionalità tedesca. I suoi film erano
stati presentati nuovamente a Colonia, durante la
rassegna cinematografica “Vedere attraverso gli occhi
degli altri”, tenutasi all’inizio di giugno.
(http://www.sivola.net/dblog/articolo.asp?articolo=56)

Il saluto di Veshengro su

http://groups.yahoo.com/group/Roma_und_Sinti

Se n’è andata una cara sorella

Conosciamo tutti quanti il sentimento di pena che
accompagna la dipartita di una persona onesta e cara.
Questo è quanto provo scrivendo di una donna che non
ho mai conosciuto di persona, ma solo di fama.

Dopo una lunga e dolorosa malattia, si è spenta a
Francoforte sul Meno l’attivista civile e regista
Melani Spitta, vincitrice del premio Otto Pankow. I
Sinti la chiamavano “die Einzige”, che possiamo
tradurre come “l’Unica”, sola superstite della sua
famiglia allo sterminio di Auschwitz. I traumi
sofferti non si erano mai cicatrizzati, traumi fisici
e morali che avevano a vedere con la sua lunga
sofferenza.

I funerali si terranno lunedì 5 settembre a Düren
(vicino Aachen) alle 11.00 presso St. Marienkirche e
la salma sarà tumulata nel cimitero della cappella.

Facciamo in modo, se non sarà possibile accompagnarla
di persona durante il suo ultimo viaggio, che abbia un
posto nel nostro cuore. Manteniamo il ricordo e il
legame che ci avvicina a chi ha lottato per tutta la
sua vita: contro un inferno che non è ancora passato e
per questo non deve essere dimenticato, non solo da
chi come i Sinti, i Rom e gli altri perseguitati
l’hanno vissuto in prima persona.

Ricordiamo con orgoglio la Sinta Melani Spitta che
tanto ha fatto per i diritti del nostro popolo.

Che possa riposare in pace.

Atch Develesa amari Phena!

Riferimenti: MAHALLA

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