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Archivio per la categoria ‘Musica’

Tributo a Django Reinhardt

28 Dicembre 2005 Commenti chiusi


L’Umbria Jazz Winter (edizione invernale dell’Umbria Jazz Festival) ha deciso di celebrare la figura del chitarrista sinto Django Reinhardt. Un genio.
Il chitarrista Django Reinhardt (1910-1953), è stato il sinto più famoso del Novecento. E? stato il musicista simbolo per la generazione degli zazou, i talebani dello swing, gli intellettuali parigini che si riunivano come carboneria nelle cave, i locali sotterranei dove potevi ascoltare Reinhardt e il suo quintetto che si fregiava di Stephane Grappelli, violinista sublime e maestro di buone maniere per Django, che fino alla fine si ostinò a non voler scrivere, neanche la propria firma.

Django aveva la faccia e i modi di un visir, baffi ben arrotati e una mano con due sole dita a potersi muovere sulla tastiera della chitarra. Il resto della mano era andata in fumo.
La storia è strappalacrime, ed è degna del miglior Jacques Demy: Django era un banjoista giovane e scavezzacollo, passava le serate nelle bettole di Port de Clignancourt, tornava tardi, tardissimo, chiedeva ad un taxi di riportarlo nel suo “campo”.
La moglie di Django dormiva in una carovana, per non svegliarla Reinhardt, che intanto il suo banjo lo aveva scordato nel taxi, con le mani libere si faceva largo nella stessa carovana, cercando una candela, trovandola, cadendoci sopra.
I fiori di cellophane messi lì in onore alla patrona iniziarono a prendere fuoco. Mise in salvo sua moglie, lui si riparò sotto una coperta. La sua mano tenne stretta la coperta, troppo. Tanto che tutta la mano bruciò.

“Zingaro” e handicappato, ci mancava pure questa, la società maggioritaria (in senso numaerico) avrebbe confinato Django negli angoli a chiedere l’elemosina.
E invece Django Reinhardt è rinato e al posto di un banjo sordo e pesante è passato alla chitarra. Un miracolo inspiegabile, la sua mano avvizzita si fece complice di un?artigianato musicale sublime: gli accordi che gli ingolfano la testa, tutta la musica, si concentra su due simulacri di dita scampate a un falò.

Qui inizia la leggenda. Django a vederlo nei filmati d?epoca commuove, ma non è un frignare di pietà. E? qualcosa che ha a che fare con un orgoglio collettivo, che esonda da categorie razziali e scemenze etniche. Lo guardi nei filmati che ciondola avanti e dietro, come un cantore di sinagoga, che guarda il pubblico con gli occhi di uno che è appena arrivato in un bordello, palpebre semichiuse fra divinazione, pathos e sonno.

Quei tempi di solare, indisturbato, clamoroso successo non svanirono, anzi più Django se la tirava e più suonava. Persino in America, lui sinto manouche, si permise di far valere il proprio cipiglio: arrivò in ritardo alla Carnegie Hall, il tempio della musica, arrivò senza chitarra, convinto che un po? tutti avrebbero fatto a gara per regalargliene una.
Ma New York non era Parigi.

Poi quell?insolenza, temperata dal tempo, pian piano lo trasforma in un animale da sottobosco, rintanato in una roulotte in riva al fiume. Questa volta a dipingere. Donne nude, cosce, labbra, braccia, caviglie, particolari seduttivi. Il popolo sinto non gradisce. Lui se ne infischia. Dei suoi quadri non si è saputo più nulla, qualcuno giura fossero belli come la sua musica.

L?espressionismo di un popolo tutto concentrato in note o in grumi di colore, non è poi tanto importante. Se ne morì, Django, solo e malinconico, poco più di cinquant?anni fa, lasciando ai suoi eredi sinti una musica profondamente mutata, divenuta orgogliosa delle proprie radici. Oggi una schiera di impetuosi musicisti recuperano la musica sinta manouche.

UJW mette così in scena con memoria e affetto un progetto in due serate coinvolgendo mercoledì 28 l?alsaziano ?fenomeno della chitarra? Bireli Lagrene, figlio di musicisti sinti e verace divoratore della musica di Reinhardt che nel ?93 ha vinto il Django d?Or, e giovedì 29 Christian Escoudé, uno dei più grandi jazzmen europei che suona la chitarra da quando aveva 10 anni, vanta un?infinita serie di prestigiose collaborazioni, tra cui un ottetto con quattro chitarristi e un disco dedicato a Django con un sfondo di orchestra d?archi. La prima serata si avvale anche delle chitarre di Winterstein, Schmidt, Debarre, Rosenberg, il sax di Franck Wolf, il basso di Diego Imbert, il violino di Didier Lockwood. Alla seconda serata prenderanno parte Laya, Lagrene, Taylor per quanto riguarda le chitarre, Niculescu al violino, Boussaguet al basso e Azzola alla fisarmonica.

Riferimenti: il programma ufficiale

PRINGIARASMI

28 Dicembre 2005 1 commento


Il progetto pringiarasmi (conosciamoci, in lingua sinta) intende arricchire la città di Mantova con il patrimonio musicale delle culture rom e sinte. Crediamo la conoscenza delle tradizioni musicali millenarie di queste popolazioni una modalità capace di dialogare con le altre culture esprimendo la propria identità.
Intendiamo il dialogo come interazione con le diverse realtà culturali della nostra città, facendo uscire dal ?ghetto? una cultura musicale ricca e preziosa.
Nell’Europa centrale ed orientale la musica rom è, ancora oggi, apprezzata ed ascoltata. La fama dei suonatori rom risale alla Persia dell’anno Mille. Poco dopo il loro arrivo in Europa, alla fine del ’400, i Sinti spagnoli suonatori di liuto erano presenti alla corte d’Aragona. Nei decenni successivi, si segnalano presenze nelle corti di Boemia ed Ungheria e della Transilvania.
Nel ’500, ci sono testimonianze di alcuni rom che suonavano per i signori turchi che allora occupavano gran parte dell’Ungheria. Altri suonavano nelle corti dei nobili ungheresi, che invece resistevano all’invasore. Suonavano alla maniera turca e sotto l’influenza dei magiari, suonavano la cetra ed il cimbalo.
Ovviamente, i suonatori apprendevano e rielaboravano elementi delle culture musicali con cui venivano a contatto: per cui nelle musiche sinte e rom, si possono rintracciare elementi arabi e tecniche di orchestrazione ed armonizzazione che invece sono tipicamente occidentali.
Alla fine del XVI secolo, la tipica orchestra rom era composta da due violini, un contrabbasso ed un cimbalo (uno strumento a corde percosso da due martelletti).
Nei secoli successivi, il ’600 ed il ’700, il successo e la fama dei suonatori rom e sinti diventò enorme: richiesti nelle feste pubbliche ed in quelle private, nelle nozze di paese e nelle osterie, nei villaggi dei contadini e nei palazzi dei signori.
Nel 1751, il conte ungherese Francesco di Galantha accordò a cinque vassalli rom il titolo di ‘musicisti di corte’, che valeva molti privilegi, a partire dall’esenzione dalle tasse e dalle corvèe.
Barna Mihhàly, violinista del conte Emerich Csàky, ebbe fama duratura e fu soprannominato l’Orfeo ungherese. Il cimbalista Simon Banyak era molto apprezzato dall’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo.
Le orchestre rom attraversavano l’Europa centrale ed orientale, suonando nei villaggi o in occasioni ufficiali, come l’incoronazione di Presburgo del 1808, dove Maria Luisa divenne regina d’Ungheria.
I musicisti sinti e rom erano generalmente considerati migliori degli altri: nell’800 erano ritenuti i conservatori delle musiche nazionali, una sorta di memoria storica musicale: per esempio, nelle tradizione rom rimane il canto di Rakòczi, una rievocazione della rivolta ungherese del 1702, contro gli Asburgo. Il canto fu in parte trasformato da Janos Bihari e divenne la Marcia di Rakòczi, l’inno nazionale ungherese.
Prosper Mérimée descrisse, durante il suo soggiorno a Pest del 1854, una festa con arie ungheresi suonate da rom: “[Fanno] perdere la testa alla gente del paese. Comincia con qualche cosa di molto lugubre e finisce con una gaiezza folle che conquista tutto l’uditorio, il quale batte i piedi, spacca i bicchieri e balla sulle tavole” (cit. in Vaux de Foletier, 1977, p.143).
“Des Bohemiens et leur musique en Hongrie” è il titolo del libro che Franz Liszt dedicò alla musica rom: “l’Ungheria”, scrive Liszt “può dunque, a buon diritto reclamare come propria quell’arte, nutrita del suo grano e delle sue vigne, maturata alla sua ombra e al suo sole, acclamata dalla sua ammirazione, ornata, abbellita, nobilitata grazie alla sua predilezione ed alla sua protezione, e così ben collegata con i suoi costumi che richiama i più intimi, i più dolci ricordi di ogni ungherese” (F. Liszt, 1859).
Il celebre musicista scrisse dell’interdizione che i musicisti appartenenti alla società maggioritaria (in senso numerico) provarono ascoltando intervalli e modulazioni che venivano considerati come sbagli dall’armonia europea; più tardi, furono conquistati “dall’asprezza, dalla libertà e dalla ricchezza dei ritmi, dalla loro molteplicità e duttilità”.
Altri riconoscimenti vennero nel secondo Ottocento, quando celebri orchestre sinte giravano la Francia ed i paesi limitrofi, ottenendo un successo che provocò il moltiplicarsi di mediocri imitatori.
Intanto, le orchestre si arricchiscono di nuovi strumenti: il tamburino, la chitarra, il ‘naiu’ (flauto di Pan), la ‘cobza’ (un mandolino a nove corde); le voci accompagnano sempre più spesso le esecuzioni strumentali.
Nascono i cori rom, specialmente in Ungheria ed in Russia: il marchese de Custin, in viaggio attraverso la Russia del 1839, raccontò del “canto selvaggio e appassionato” dei cori rom di Mosca. Molte famiglie di cantori fanno fortuna ed entrano nell’alta società.
Nell’Italia meridionale, i Rom fabbricavano e suonavano lo ‘scacciapensieri’ (un cerchio di ferro con una lamina che vibra a contatto con i denti), che in Campania è ancora oggi chiamato ‘tromba degli Zingari’.
La musica rom e sinta è stata apprezzata soprattutto nell’Europa orientale. Lentamente, però, si diffonde anche nella parte occidentale: tra i musicisti, Rameau inserì “L’Egiptienne” nelle ‘Nuove suites di pezzi per clavicembalo’; nel Carnevale di Venezia, Campra mise la “Canzone delle Zingare”; altri musicisti più noti si sono ispirati a temi romanè: Beethoven, Haydin, Shubert, Brahms. Si diceva che uno dei figli di Johann Sebastian Bach suonasse il violino con i Rom.
L’altro filone della musica rom e sinta, quello spagnolo, è diventato universalmente noto solo in tempi relativamente recenti. Nel XIX secolo si impose il flamenco, fusione di musica andalusa e sinta, basato sul ‘cante jondo’ (canto profondo). I musicologi vi hanno individuato anche elementi orientali, arabi ed ebraici.
“Per la maggior parte dei casi” scrive ancora Franz Liszt, “i dilettanti europei, gli insegnanti di musica e soprattutto i maestri dei conservatori cominciarono a non capire nulla di codesto sistema, per il quale ci si immerge, con un tratto brusco, nel fluido immateriale che la musica sprigiona in tratto così intenso. Non tutti possono capacitarsi di come un uomo ragionevole possa passare senza preambolo alcuno da una tonalità di un sentimento, rappresentata in arte da una tonalità musicale, in quella che è la sua opposta; e che possa passare d’un tratto da una forma all’altra, con cui la prima non ha nesso, così come il Rom si getta da uno stato d’animo ad uno contrario, senza alcun perché, senza aspettare la lenta decrescenza del primo sentimento e la successiva formazione del nuovo” (F. Liszt, 1859).
Le parole di Liszt spiegano l’elemento essenziale della musica rom: il ritmo, il passaggio fluido e libero attraverso tempi diversi; la linea melodica è delicata e si incrocia con perifrasi e arpeggi, scale furiose ed improvvisazioni. Tutto ispirato dal sentimento e dalla spontaneità, ma anche da una grande sapienza. L’orchestra è sempre affiatata, le forme musicali subiscono l’influenza dei vari paesi in cui i Rom e i Sinti soggiornano ma, nello stesso tempo, sono una rielaborazione originale; gli strumenti più usati sono il violino, la chitarra, e la fisarmonica; poi il clarino, gli ottoni, il violoncello ed il contrabbasso in Ungheria, le nacchere in Spagna, il tamburello in Turchia, il flauto in Russia e la zampogna in Gran Bretagna.

Oggi le musiche rom riempiono con sempre maggiore irruenza le strade d’Italia col suo universo di emozioni e suggestioni.
Spesso ridotte a musiche da mendicanti e come tali trattate le musiche rom hanno pervaso, come abbiamo visto, la storia musicale dell’occidente senza che ne resti memoria, da Liszt, Brahms, Schubert, Ravel, Debussy, Dvorak, per finire a Goran Bregovich.
E’ una musica dai tratti dissonanti, malinconici, ribelli, ma allo stesso tempo una musica viva, briosa, piena di ritmi incalzanti e di vita.
Nell’Europa Unita la musica rom è simbolo spesso di emarginazione con i musicisti che suonano regalando sprazzi di colore e gioia a città grigie fino a quando la sorveglianza non li blocca: rischiando maltrattamenti e il sequestro degli strumenti musicali.
Il progetto pringiarasmi tende a far conoscere le musicalità rom offrendo dignità ad un?arte ancora misconosciuta nella nostra realtà culturale mantovana.
La progettualità inizierà il 1 dicembre 2005 e terminerà, per questa prima annualità sperimentale, il 31 dicembre 2006.
Il progetto pringiarasmi prevede l?assunzione di un musicista rom che con la propria arte sappia mettere in relazione le culture e le persone, attraverso concerti e la preparazione di un cd musicale.
L?obiettivo che ci poniamo, questo primo anno, è di preparare un cd musicale da pubblicare successivamente con la collaborazione anche dell?ARCI Provinciale.
Inoltre, saranno organizzate serate tematiche di conoscenza delle culture sinte e rom con la partecipazione del musicista rom, coinvolto nel progetto.

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NEW YORK SALUTA IL PRIMO GYPSY FEST

3 Ottobre 2005 Commenti chiusi


Una dozzina di bande, DJ Set e gruppi di ballo in 8 giorni di spettacolo dal 29 ottobre al 6 novembre 2005

La città che è universalmente considerata il punto d’incontro di tutte le culture, presenterà una larga selezione di talenti nazionali e internazionali.

Informazioni e richieste:

Tel. 917-498-8652 – contact@nygypsyfest.com

Riferimenti: il sito della festa

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