Tributo a Django Reinhardt

L’Umbria Jazz Winter (edizione invernale dell’Umbria Jazz Festival) ha deciso di celebrare la figura del chitarrista sinto Django Reinhardt. Un genio.
Il chitarrista Django Reinhardt (1910-1953), è stato il sinto più famoso del Novecento. E? stato il musicista simbolo per la generazione degli zazou, i talebani dello swing, gli intellettuali parigini che si riunivano come carboneria nelle cave, i locali sotterranei dove potevi ascoltare Reinhardt e il suo quintetto che si fregiava di Stephane Grappelli, violinista sublime e maestro di buone maniere per Django, che fino alla fine si ostinò a non voler scrivere, neanche la propria firma.
Django aveva la faccia e i modi di un visir, baffi ben arrotati e una mano con due sole dita a potersi muovere sulla tastiera della chitarra. Il resto della mano era andata in fumo.
La storia è strappalacrime, ed è degna del miglior Jacques Demy: Django era un banjoista giovane e scavezzacollo, passava le serate nelle bettole di Port de Clignancourt, tornava tardi, tardissimo, chiedeva ad un taxi di riportarlo nel suo “campo”.
La moglie di Django dormiva in una carovana, per non svegliarla Reinhardt, che intanto il suo banjo lo aveva scordato nel taxi, con le mani libere si faceva largo nella stessa carovana, cercando una candela, trovandola, cadendoci sopra.
I fiori di cellophane messi lì in onore alla patrona iniziarono a prendere fuoco. Mise in salvo sua moglie, lui si riparò sotto una coperta. La sua mano tenne stretta la coperta, troppo. Tanto che tutta la mano bruciò.
“Zingaro” e handicappato, ci mancava pure questa, la società maggioritaria (in senso numaerico) avrebbe confinato Django negli angoli a chiedere l’elemosina.
E invece Django Reinhardt è rinato e al posto di un banjo sordo e pesante è passato alla chitarra. Un miracolo inspiegabile, la sua mano avvizzita si fece complice di un?artigianato musicale sublime: gli accordi che gli ingolfano la testa, tutta la musica, si concentra su due simulacri di dita scampate a un falò.
Qui inizia la leggenda. Django a vederlo nei filmati d?epoca commuove, ma non è un frignare di pietà. E? qualcosa che ha a che fare con un orgoglio collettivo, che esonda da categorie razziali e scemenze etniche. Lo guardi nei filmati che ciondola avanti e dietro, come un cantore di sinagoga, che guarda il pubblico con gli occhi di uno che è appena arrivato in un bordello, palpebre semichiuse fra divinazione, pathos e sonno.
Quei tempi di solare, indisturbato, clamoroso successo non svanirono, anzi più Django se la tirava e più suonava. Persino in America, lui sinto manouche, si permise di far valere il proprio cipiglio: arrivò in ritardo alla Carnegie Hall, il tempio della musica, arrivò senza chitarra, convinto che un po? tutti avrebbero fatto a gara per regalargliene una.
Ma New York non era Parigi.
Poi quell?insolenza, temperata dal tempo, pian piano lo trasforma in un animale da sottobosco, rintanato in una roulotte in riva al fiume. Questa volta a dipingere. Donne nude, cosce, labbra, braccia, caviglie, particolari seduttivi. Il popolo sinto non gradisce. Lui se ne infischia. Dei suoi quadri non si è saputo più nulla, qualcuno giura fossero belli come la sua musica.
L?espressionismo di un popolo tutto concentrato in note o in grumi di colore, non è poi tanto importante. Se ne morì, Django, solo e malinconico, poco più di cinquant?anni fa, lasciando ai suoi eredi sinti una musica profondamente mutata, divenuta orgogliosa delle proprie radici. Oggi una schiera di impetuosi musicisti recuperano la musica sinta manouche.
UJW mette così in scena con memoria e affetto un progetto in due serate coinvolgendo mercoledì 28 l?alsaziano ?fenomeno della chitarra? Bireli Lagrene, figlio di musicisti sinti e verace divoratore della musica di Reinhardt che nel ?93 ha vinto il Django d?Or, e giovedì 29 Christian Escoudé, uno dei più grandi jazzmen europei che suona la chitarra da quando aveva 10 anni, vanta un?infinita serie di prestigiose collaborazioni, tra cui un ottetto con quattro chitarristi e un disco dedicato a Django con un sfondo di orchestra d?archi. La prima serata si avvale anche delle chitarre di Winterstein, Schmidt, Debarre, Rosenberg, il sax di Franck Wolf, il basso di Diego Imbert, il violino di Didier Lockwood. Alla seconda serata prenderanno parte Laya, Lagrene, Taylor per quanto riguarda le chitarre, Niculescu al violino, Boussaguet al basso e Azzola alla fisarmonica.
Riferimenti: il programma ufficiale



