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Firenze, il poeta Demir Mustafa è intervistato da Liberazione

3 Luglio 2007


Ha la voce pacata e lo sguardo benevolo. Giunto in Italia alla fine degli anni ’80, inizia ben presto ad operare nell’ambito dell’intercultura come mediatore. Si chiama Demir Mustafa ed è nato a Skopje (Macedonia) nel 1960 da una famiglia di rom dzambasa (allevatori di cavalli). Dopo aver ottenuto il diploma di tipografo e svolto il servizio militare in Croazia, la crisi politico-economica della ex-Yugoslavia lo costringe a emigrare. Dal 1989 vive a Firenze con la moglie e i suoi tre figli.

Oggi, oltre a essere presidente dell’associzione Amalipe Romanó, lavora per l’Arci in progetti finalizzati all’inserimento sociale di rom e sinti. E proprio mentre da Roma arriva l’eco dell’ennessimo blitz ai danni della comunità romanì -quella del campo di Casilino 900 – Demir racconta di un approccio diverso alle questioni dell’integrazione.

A margine della conversazione, mostra uno dei suoi scritti: una poesia su Auschwitz, nata all’indomani del suo recente viaggio nel campo di sterminio e in memoria degli oltre 500mila rom sterminati durante la Seconda Guerra mondiale. Ma non è un caso. Demir, da anni, affianca all’intensa attività politico-sociale quella di scrittore.

Qual è la tua personale esperienza di rom immigrato e come è stato il primo impatto con i cosiddetti campi sosta?
Sono arrivato in Italia dopo aver viaggiato attraverso il Belgio e la Grecia dove ho fatto lavori di diverso genere pur di permettere alla mia famiglia di sopravvivere. L’obiettivo, peró, era quello di ottenere un documento che mi permettesse di regolarizzare la presenza nel paese ospitante. Questo, tanto in Belgio quanto in Germania, non è avvenuto e per cause di forza maggiore sono dovuto migrare in Italia.

Ad aspettarmi c’era giusto un parente che viveva a sua volta in un campo sosta fiorentino. Prima di allora non avevo mai visto nulla del genere: sebbene nella nostra povertà, noi rom avevamo sempre vissuto nelle case eppure, paradossalmente, l’esperienza del campo, a primo impatto, non mi ha turbato. Mi sembrava quasi divertente abitare in una roulette, un’esperienza non troppo dissimile dal campeggio.

Peró, trascorsi due giorni in quel pantano, mi sono subito reso conto che non era una condizione di vita che si potesse protrarre nel tempo e mi sono interrogato sulle ragioni di una simile dimensione abitativa. Mi dicevano che dovevamo stare lì perché noi siamo nomadi e il dubbio è venuto pure a me. Possibile, mi sono domandato, che ci siano ancora delle comunità nomadi tra di noi? E la risposta è arrivata col tempo quando mi sono reso conto che erano i non rom a percepirci tali quando noi non siamo più nomadi da decenni.

Allora mi sono impegnato in ogni modo per trovare un’alternativa al campo, cosa che ho trovato col passare del tempo grazie alla perseveranza e all’aiuto dell’Arci e del Sunia. Dalla fine degli anni ’90 abito quindi in una casa e mi adopero lavorativamente affinché un simile percorso possa essere intrapreso anche da altri rom.

I “campi nomadi”, purtroppo, sono luoghi destinati a diventare sempre più centri di degrado e di emarginazione e non è certo creando dei mega campi sosta che si resolve la questione della presenza rom in Italia. Solo dando pari diritti al mio popolo si può pensare di farlo uscire dal degrado e dall’isolamento in cui è stato relegato per decenni in questo paese. Nessuna politica d’inserimento sociale può avere senso se si nega la dignità agli individui.

di Giada Valdannini, continua a leggere…

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