
Presentiamo la prima parte della relazione “La razza tra scienza e mito” proposta il 21 Marzo, giornata mondiale contro il razzismo da Diego Saccani, Daiana e Manuel Gabrieli che svolgono l’anno di Servizio Civile all’Ente Morale Opera Nomadi Sezione di Mantova.
La giornata di studi promossa da Sucar Drom, dall’Istituto di Cultura Sinta e patrocinata dalla Provincia di Mantova, ha risposto all’appello di United Against Racism e ha visto l’intervento di Nando Sigona, ricercatore dell’Università di Oxford e fondatore di OsservAzione.
La relazione, che si apre con una citazione di Ashley Montagu, aveva lo scopo di mostrare come l’idea di razza sia vicina al mito e lontana alla scienza, che la razza umana è una sola e che il concetto di razza è una invenzione recente connessa con lo sfruttamento della schiavitù. Inoltre si dimostra come le lingue Rom e Sinte per la loro caratteristica di oralità, hanno sofferto la differenza da una lingua standard a cui negli stati moderni corrispondeva anche una nazione.
Parte Prima
Una razza: quella Umana (One race: Human race)
“L?idea di razza è uno dei miti più pericolosi e più tragici del nostro tempo. I miti sono tanto più efficaci e pericolosi quanto meno se ne riconosce la vera natura. Molti di noi si compiacciono nel ritenere che siano i popoli primitivi a credere nei miti, mentre noi ce ne siamo completamente liberati.
Noi possiamo essere convinti che il mito sia una spiegazione fallace che conduce alla delusione e all?errore sociale, ma di solito non ci rendiamo conto che noi stessi condividiamo con tutti gli uomini di ogni tempo e luogo la facoltà di creare miti (mitopoiesi), che ognuno di noi ha la sua scorta di miti, derivata dal patrimonio tradizionale della società in cui viviamo.
Nei tempi antichi credevamo nella magia, nell?ossessione, negli esorcismi, nelle forze soprannaturali buone o cattive, e ancora in tempi recenti credevamo nella stregoneria. Oggi molti di noi credono nella razza. La razza è la stregoneria del nostro tempo; il mezzo col quale esorcizziamo i demoni. E? il mito del giorno d?oggi; il mito più pericoloso dell?uomo.” Ashley Montagu, 1966
Il genoma umano è molto meno variabile di quello della maggior parte delle specie sulle quali disponiamo di informazioni genetiche. Nell?uomo solo una coppia di basi su mille è diversa da un individuo all?altro. Geneticamente noi esseri umani siamo simili al 99,9%, il che implica una differenza minima rispetto allo standard delle altre specie. Questa mancanza di variazione non si riscontra nemmeno fra i nostri parenti più prossimi: scimpanzè gorilla e oranghi hanno una variabilità all?incirca pari a 3,2 e 3,5 volte la nostra
Con i risultati ottenuti dall?analisi del DNA mitocondriale e del cromosoma Y è chiaro perché gli esseri umani sono tanto simili. L?antenato comune a tutti noi visse in tempi recentissimi: circa 150000 anni fa. Un tempo insufficiente perché le mutazioni possano introdurre variazioni sostanziali.
Una scoperta inaspettata fu che l?esigua variazione genetica esistente nella nostra specie non è correlata se non in minima parte alla razza.
I risultati di Cann e Wilson sulla migrazione degli esseri umani dall?Africa, affermano che è avvenuta in tempi recentissimi, mentre prima si dava per scontato l?isolamento dei gruppi umani. Sulla base del modello di Pualing-Zuckerlandl, secondo il quale l?entità della divergenza genetica tra popolazioni è funzione al tempo di isolamento, l?isolamento prolungato avrebbe permesso l?accumulo di consistenti differenze genetiche.
Alla luce degli studi di Cann e Wilson, e cioè che il nostro antenato comune è ben più recente, è chiaro che non è intercorso abbastanza tempo perché potessero prodursi divergenze significative. Quindi sebbene alcune differenze genetiche come il colore della pelle siano manifeste nei diversi gruppi, quelle della razza tendono ad essere molto limitate.
La maggior parte della nostra esigua variazione genetica è in realtà distribuita in modo uniforme in tutte le popolazioni: c?è la stessa probabilità di trovare una particolare variante genetica in una popolazione africana e in una europea. La variazione genetica è insorta prima che gli esseri umani moderni migrassero dal continente africano. Essa era già presente nei gruppi che in seguito colonizzarono il resto del mondo.
Le ricerche condotte in ambito del progetto genoma hanno stabilito che solo il 2% del nostro DNA codifica i geni e ciò indica che almeno il 98% della variazione umana risiede in regioni del genoma nelle quali non ha nessuna funzione.
Poiché la selezione naturale è assai efficace nell?eliminare mutazioni che toccano parti funzionalmente importanti del genoma (i geni) le variazioni tendono ad accumularsi nelle regioni non codificanti (DNA spazzatura). Non solo la differenza genetica tra umani è piccola: le differenze reali che ne derivano sono ancora più insignificanti.
La maggior parte di differenze consistenti che si osservano fra gruppi umani, come il colore della pelle, è probabilmente frutto della relazione naturale. Con la perdita del pelo corporeo, il pigmento divenne necessario per proteggere le cellule cutanee dalle radiazioni solari ultraviolette. La melanina riduce il danno da UV.
La selezione naturale ha favorito l?acquisizione della pelle scura per evitare il cancro, le ustioni e le infezione che derivano dalla esposizione ai raggi del sole. Le popolazione che vivono ad alte latitudini hanno perso la melanina, a causa della vitamina D3 essenziale per la cooptazione del calcio, a sua volta indispensabile per la robustezza delle ossa.
Quando i nostri progenitori uscirono dall?Africa spostandosi in ambienti caratterizzati da una accentuata variabilità stagionale, la selezione naturale potrebbe aver favorito gli individui di pelle chiara.
Bibliografia
Cann R. L., Stoneking M. e Wilson, A.C., 1987, Mitochondrial DNA and human evolution, Nature, pg. 31?36
Montagu e Ashley, 1966, La razza. Analisi di un mito, Torino, pg. 21 [ed. or. Man?s most dangerous Myth. The Fallacy of Race, New York, 1952]
Zuckerkandl E. e Pauling L., 1962, Molecular disease, evolution and geneticheterogeneity, in Horizons in Biochemisty (B. M. & Pullman, B., eds.), pg. 189-225, Academic Press, London
Riferimenti: 21 marzo 2007, cittadinanze imperfette