
Nella provincia di Udine vive da oltre sessant’anni una comunità rom di origine slovena. La maggior parte delle famiglie che la compone abita in case di proprietà o in confortevoli roulotte sistemate in terreni da loro acquistati. Alcuni dei loro membri svolgono dei mestieri che richiamano i lavori tradizionali dei rom, come ad esempio la raccolta del ferro o la manutenzione del verde. Ma tra loro si trovano anche operai, delle cosiddette badanti e qualche mediatrice culturale che opera soprattutto nelle scuole. Insomma, una comunità piuttosto lontana dagli stereotipi con cui di solito noi pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora qualche anziano testimone diretto delle vicende di questa comunità. E’ il caso di Stanka.
Stanka è nata nel 1930 nella provincia di Ljubljana. Sua madre è una romni, il padre invece è un gàgio (cioè non rom). In quegli anni, i genitori e gli otto figli vivono spostandosi in Slovenia alla ricerca continua di piccoli lavori. Finché un giorno, ricorda Stanka, «è scoppiata la guerra. Le scuole sono state tutte occupate prima dai tedeschi e poi dai fascisti italiani, e allora non si andava più a scuola».
Nella primavera del 1941 la Germania e l’Italia invadono la Jugoslavia, e il territorio di Ljubljana viene di fatto annesso all’Italia fascista. Inizia così da un lato la resistenza jugoslava contro le truppe di occupazione e dall’altro una feroce e spietata repressione contro i civili sloveni accusati di collaborare con i partigiani.
Palese è anche l’intento dei fascisti di continuare e ampliare l’opera di de-slavizzazione già iniziata prima della guerra nei territori di confine e nell’Istria italiana, deportando la popolazione locale per sostituirla con gente proveniente dall’Italia. In questo quadro si inserisce, ad esempio, l’episodio del rastrellamento di Ljubljana. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 1942 i militari italiani circondano completamente la città con reticolati di filo spinato e arrestano 6.000 persone, un quarto della popolazione civile. Contemporaneamente vengono costruiti i primi campi di concentramento in cui deportare le persone arrestate.
La storia di Stanka e della sua famiglia segue passo passo le vicende della Storia: «Ci hanno preso vicino a Ljubljana… italiani, italiani. Ci hanno fatto spia che nostro papà partigiano. Ci hanno presi e ci hanno portano in carcere a Ljubljana. Lì eravamo poco, due, tre giorni. Poi ci hanno portato in questa isola… Rab, in Dalmazia sarebbe. Lì eravamo per quattro mesi. Però tanta di quella fame. Non ierano baracche. Nelle tende e dentro buttata paglia e lì si dormiva come le bestie. Ma ieramo in tanti, tanti, forse in cinquemila, forse anche di più. Lì i bambini morivano di fame. I piccoli neonati li nascondevano sotto la paglia perché prendevano il rancio su di loro, il mangiare che portavano. Allora nascondevano i bambini morti per prendere il mangiare che dopo mangiavano quegli altri».
Il campo di concentramento fascista di Rab/Arbe viene costruito nell’estate del 1942 con il preciso intento di deportarvi civili sloveni e croati. Ben presto, per il sovraffollamento, la scarsità di cibo e la mancanza di igiene, le condizioni dei prigionieri diventano drammatiche. Lo storico sloveno Tone Ferenc nel libro Rab-Arbe-Arbissima, pubblica un elenco di 1.435 nomi di persone morte nel campo. Dopo qualche mese, anche su pressione della Croce rossa e di alcuni esponenti della chiesa cattolica slovena, il regime fascista decide di spostare un certo numero di internati dal campo di Rab a quello di Gonars, in provincia di Udine. Stanka ricorda di essere arrivata a Gonars di notte.
Stanka conta sulle dita: «Mitzi, Srecko, io, Nico, Mattia, Toni, Franci e Kristan. In otto ieramo a Gonars, più la mamma. Però noi abbiamo avuto una fortuna, che non siamo morti neanche uno in campo a Gonars. Ierano per morire i miei fratellini, però, ringraziando dio, neanche uno. Tanti dicono non iera un campo di concentramento, era un campo profughi. Invece no, non è vero. No. Era vero campo di concentramento. Lì morivano tanti».
All’interno del campo c’erano solo donne, vecchi e bambini sloveni e croati. Con loro altre famiglie rom. Ma le condizioni non sono certo migliori di quelle di Rab. Racconta Stanka: «Mia mamma corse dietro un gatto perché voleva prendere il gatto, per mazarlo, per mangiarlo. Ma non l’ha preso. E’ scappato il gatto, iera più furbo».
Anche a Gonars i deportati muoiono. Alessandra Kersevan, autrice di una recente e documentata monografia sul campo di concentramento fascista (costruito nell’autunno del 1941 e rimasto in funzione fino al settembre del 1943), riporta il nome di due bambine romni che prima compaiono nell’elenco dei nati nel campo, ma qualche mese dopo i loro nominativi vengono trascritti nell’elenco dei deceduti. Ricorda Stanka: «Poi è morta un’altra bambina piccola. O dio, de fame. Poi forse anche è un po’ ammalata dentro, sai come succede. Una bambinetta piccola. Sua mama se chiamava Resa… se morta de fam, de fam, fredo, fam, tuto un insieme. Morivano ogni giorno, e sai cosa facevano. Li mettevano nelle casse e li portavano in cimitero e poi quelli che accompagnavano – ma però accompagnati coi militari, militari di qua e di là, un reggimento… quando arrivavano in cimitero, quelli che compagnavano prendevano fuori de cassa i poveri morti e li buttavano dentro senza, e le casse le portavano via per mettere altri dentro dopo. So che un funerale di una sinta era maggio. Sai perché mi ricordo maggio, perché erano quei fiori di maggio fuori. Quei bianchi fiori che hanno un bel profumo. Quei fiori bianchi come grappoli d’uva. Ecco, quelli lì li ha portati mamma dentro, che li ha raccolti e se li è portati dentro nel campo».
A Gonars morirono 500 sloveni e croati. Dopo l’8 settembre del 1943 i fascisti abbandonano il campo e i prigionieri riescono a fuggire. Ma la madre di Stanka non intraprende il viaggio di ritorno: «La mamma ha trovato un quattro cinque famiglie di zingari italiani qua, che erano vicino a Palmanova. E lì siamo fermato a parlare e le hanno detto ma stai qui, stai qui, stai con noi».
La storia di Maria
Maria, una sinta italiana, è nata invece a Trieste nel 1929: «La mia famiglia facevano i suonatori ambulanti. Suonavano molto bene. Musiche gitane, ungheresi. Poi i miei fratelli avevano le giostre, ma non andavano lontano, lavoravano sempre qui a Trieste. Allora a tempo di guerra avevamo le carovane, le famose carovane di legno coi cavalli. Siamo partiti via di Trieste e siamo andati in furlania».
Quando nel 1943 i tedeschi occupano il Friuli Venezia Giulia, Maria e la sua famiglia si spostano nella campagna friulana ritenendola più sicura della grande città. Invece anche lì, ricorda Maria, «venivano i tedeschi e noi si aveva molta paura. Entravano dentro il carrozzone e tiravano giù tutto. Buttavano via il mangiare, le pentole e spaccavano coi piedi. E certe volte volevano anche picchiare. Io non so perché ce l’avevano con noi e gli ebrei. Non lo so perché, non lo so veramente perché. Dicevano che ci vogliono uccidere, così dicevano… alles kaputt, alles kaputt. Solo quello loro avevano nella bocca. Zigeuner nichts gutes… zingari niente brave persone».
Nel documentario, Maria racconta anche l’episodio di una giovane rom slovena violentata da sette nazisti. Poi, un giorno, «siamo venuti fino a Palmanova. A Palmanova, sono venuti i tedeschi con le Ss e uno italiano, proprio del paese lì, e hanno preso mio fratello più piccolo che aveva 17 anni».
Del gruppo di rom sloveni e di sinti italiani di cui facevano parte Stanka e Maria, furono in molti ad essere arrestati e deportati. Ricorda Stanka: «Hanno preso mio fratello dopo un cinque mesi. Prima della mamma lui. Sono venuti le Ss e hanno preso mio fratello, hanno preso sto povero Carlo, sto Bepi, sto Tulala, Orlando e Richetto. E li hanno portati prima a Palmanova, poi da Palmanova a Udine e da Udine in Germania. E son tornati tre, e tre son rimasti lì, son morti lì».
Maria: «Dopo tredici mesi di campo di concentramento, questo mio fratello è venuto a casa. Sembrava un cadavere tirato fuori dalla terra. Pelle e ossa, non di più. Pelle e ossa. E allora è andato avanti ancora un po’ e poi è morto… così… è brutto ricordare… è bello ricordare lo stesso, ma è anche brutto».
Per Maria, Stanka e gli altri rom che vivono in Friuli durante l’occupazione nazista, le paure e le sofferenze non hanno fine. Qualche mese dopo la deportazione dei giovani ragazzi, infatti, anche la madre di Stanka e altre donne vengono arrestate. Continua Stanka: «E lì hanno preso la mamma. Dopo hanno preso questa Vilma, la mamma del povero Carlo e una donna che aspettava un bambino. Dopo quella l’hanno mandata a casa e invece queste in Germania».
Epilogo
Per i rom, però, anche la vita nell’Italia del dopoguerra è amara. Stanka: «Mia mamma è tornata a casa, però non l’hanno mandata qui subito, l’hanno mandata a Ljubljana. Lei è andata al tribunale ha detto che ha tutti i bambini a Udine, che deve venire a prenderli. E le hanno fatto un lasciapassare, l’hanno fatta venire a Udine. Però non è tornata più. Siamo rimasti sempre a Udine, sempre in provincia di Udine. E tutt’ora. Guarda quanti anni sono in Italia, ero bambina… ancora devo avere la cittadinanza. Miei figli sono tutti cittadini italiani. Sono nati tutti qui in giro Udine».
Maria: «Dopo la guerra ci siamo di nuovo rifatti un pochino. Prese di nuovo le giostre. Ci siamo inseriti perché si va a lavorare. Sono stata a lavorare anch’io, proprio qui giù nelle fabbriche. Poi avevamo le baracche, qui a Trieste in via Valmaura. Poi conoscendoci la gente dice: `Ma guarda te, non abbiamo mai pensato che siete persone così…’. Però non c’hanno fiducia… non danno pace, non danno pace. Qui, al campo dove vivo, sono i carabinieri notte e giorno, polizia notte e giorno. Non danno pace».
Il Manifesto
28/1/2006
Riferimenti: ANARCOTICO.IT